Big Mac compie 50 anni, il suo impatto sull’ambiente

Inventato da un italo-americano che voleva far concorrenza a Burger King, quest'anno l'iconico hamburger spegne le cinquanta candeline. Ma quanto inquina?

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Big Mac compie cinquant’anni nel 2018. L’umile hamburger ha fatto molta strada da quando è stato inventato da Michael Delligatti, imprenditore italo-americano che fu uno dei primi ad aprire un franchising di McDonald’s. Il Big Mac fu introdotto il 22 aprile 1967, con annunci di giornali che lo descrivevano come “fatto con due polpettine appena macinate, formaggio fuso e piccante, lattuga croccante, salamoia e la nostra salsa speciale”. E includeva anche maionese, un sottaceto dolce, senape gialla, aceto di vino bianco, aglio in polvere, cipolla in polvere e paprika. La salsa speciale era anch’essa una creazione di Delligatti. Dal 1994 sono stati mangiati quasi 60 miliardi di hamburger. Oggi, a cinquant’anni di distanza, quanto impatta la produzione dei Big Mac sull’ambiente? Il calcolo non è preciso e si avvale di stime, considerando che per preparare un cheeseburger, con 150 grammi di carne di manzo, servono 2400 litri di acqua. Gli esperti stimano che per produrre 1 chilogrammo di carne di manzo senza ossa siano necessari 15.500 litri di acqua. Il che equivale a circa 2300 litri per polpetta di 150 grammi. I restanti 100 litri di acqua servono per produrre il pane, il formaggio e anche la carta in cui è avvolto il cheeseburger quando viene servito in un fast food. E per portare un semplice hamburger di manzo in tavola ci vogliono 2,5 Kg di anidride carbonica e 18 m2 di superficie terrestre. L’uso dell’acqua è un altro fattore-chiave: per mangiare carne se ne consuma da 5 a 10 volte di più di quella che serve mangiando vegetariano. I dati si riferiscono al 2011, 2013 e 2015, ma sono sufficienti per farsi un’idea dell’enorme impatto sull’ambiente.

Micheael Delligatti è l’inventore del Big Mac.

COME È VENUTA L’IDEA DEL BIG MAC – La storia racconta che Micheal Delligatti, scomparso nel 2016, ebbe l’idea nel 1965 e iniziò a venderla nel suo ristorante a Uniontown, in Pennsylvania. L’obiettivo era competere con le catene Big Boy e Burger King. Così propose ai dirigenti della compagnia di aggiungere un hamburger a doppia polpetta al menu McDonald’s, qualcosa sulla falsariga del Big Boy, che avrebbe potuto intaccare le vendite di Burger King. All’inizio, i dirigenti di McDonald temevano che un hamburger di prezzo più alto – l’hamburger di base di McDonald’s costava solo pochi centesimi – avrebbe allontanato i clienti. Tuttavia, dopo una serie di riunioni, fu dato il via libera a Delligatti di testare il Big Mac a Uniontown, usando solo gli ingredienti di McDonald’s. Il suo hamburger più grande però non ci stava in un panino di dimensioni standard, quindi Delligatti ordinò un panino grande con semi di sesamo da un fornaio locale e lo divise in tre. Era nato il Big Mac come il mondo di oggi lo conosce.

Big Mac è un prodotto iconico, assieme al Cheesburger è il più famoso di McDonald’s.

FENOMENO CULTURALE – Nel 1968 il Big Mac era nei menu di ogni McDonald’s in America ed era presente nel 19% delle vendite. Gli annunci pubblicitari riportavano gli slogan: “Un pasto camuffato da sandwich”. Intervistato dal LA Times nel 1993, Delligatti era d’accordo sul fatto che non fosse l’inventore del burger a due piani: “Non fu come scoprire la lampadina: il bulbo era già lì, tutto quello che ho fatto è stato avvitarlo nella presa”. Raccontò che non ha ricevuto pagamenti di royalties per la sua creazione, ma gli è stata assegnata una targa. Nonostante la mancanza di riconoscimento, mangiava ancora un Big Mac ogni settimana. Oggi è un cibo di culto soprattutto per alcuni, come per Don Gorske, che nel 2016 è entrato nel Guiness dei primati perché dal 17 maggio del 1972 ne ha mangiato uno al giorno, per un totale di 28.788.

QUANTI BIG MAC SI MANGIANO AL MONDO? – Già nel 1958, secondo il sito di McDonald’s, erano stati venduti oltre 100 milioni di hamburger, ma non erano solo Big Mac. Nell’aprile del 1994, la multinazionale americana annunciò che erano stati venduti oltre 99 miliardi di panini. Da allora, però, McDonald’s ha smesso di aggiornare pubblicamente questo numero. Secondo Agi.it un anno fa Marketplace, un’azienda che si occupa di analisi economico-finanziarie, ha provato a fare una stima. Basandosi sui numeri di un manuale interno di McDonald’s stesso che nel 2010 è circolato pubblicamente, vengono venduti 75 hamburger “al secondo per tutti i secondi di ogni minuto, di ogni ora, di ogni giorno di ogni anno”. Il che porta a 2,4 miliardi di hamburger l’anno (75 moltiplicato i 31.536 milioni di secondi che compongono un anno). Dal 1994 a oggi significano quasi 60 miliardi di hamburger. Si calcola che per ogni hamburger importato dall’America Centrale siano stati abbattuti e trasformati a pascolo circa sei metri quadrati di foresta. L’88% della foresta amazzonica disboscata è diventata un pascolo. E quei terreni, senza più le radici degli alberi a tenerli insieme, sono soggetti a erosione (ossia a usura) e desertificazione (circa il 70% dei terreni adibiti a pascolo sono i via di desertificazione, secondo l’ONU).

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QUANTO IMPATTA SULL’AMBIENTE IL BIG MAC? – Per effettuare un calcolo Agi.it, si è affidata a una stima realizzata dal Center for Alternative Technology nel Regno Unito, che ha calcolato quanta acqua sia necessaria per produrre un hamburger. I numeri sono derivati dai dati del Water Footprint Network e dall’Environmental Working Group, un gruppo di attivisti ambientalisti che si occupa anche di agricoltura sostenibile. Si tratta di stime che risalgono al 2011, ma servono per farsi un’idea. Un cheeseburger standard, che prevede 150 grammi di carne di manzo, servono quindi 2400 litri di acqua. Per questo si parla di “Foodprint”, ossia l’impatto ambientale della produzione di cibo, una parola che deriva dal termine inglese “carbon footprint”, l’indicatore che misura l’impatto delle attività umane sul cibo globale. La foodprint della carne è altissima. E i dati sono questi: una grassa mucca occidentale consuma tra i 75 kg e i 300 kg di sostanza secca (foraggio, cereali, leguminose etc) per produrre 1 kg di proteine. Solo parlando di cereali, se ne producono 1,3 miliardi di tonnellate l’anno per nutrire gli animali da allevamento. Praticamente oltre la metà della produzione mondiale annua (2.5 miliardi di tonnellate).

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L’allevamento bovino è considerato la maggior causa di inquinamento, direttamente correlata coi cambiamenti climatici.

L’INQUINAMENTO BOVINO – All’allevamento dei bovini si deve una quantità immensa di gas a effetto serra, che sono la causa prima del cambiamento climatico. Come? Durante il processo di digestione rilasciano metano – e protossido di azoto attraverso la decomposizione del letame. I gas a effetto serra associati alla filiera produttiva equivalgono a ben il 14,5% per cento di tutte le emissioni di gas serra prodotte dagli esseri umani, secondo i dati della FAO del 2013. E, dal 1961 in avanti, queste emissioni animali non hanno fatto che aumentare, di oltre il 50%. Sono decisamente i bovini a inquinare di più col 74% di emissioni, e inquinano più delle auto, come hanno dimostrato i dati di uno studio californiano del 2012.

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LA RICERCA SCIENTIFICA – Da una decina d’anni tutti i più grandi studi scientifici lo dicono, e continuano a confermarlo: la produzione di carne ha un impatto terrificante sull’ambiente. Un’analisi del 2013, comparsa su una delle più prestigiose riviste scientifiche, ha indicato l’allevamento intensivo di bestiame come l’attività umana probabilmente più impattante di tutte a livello ambientale. Il 30% della superficie terrestre non coperta da ghiacci è utilizzata per allevare polli, maiali e bovini destinati al consumo alimentare umano.

“Puoi pensare di vivere su un pianeta, in realtà vivi in una fattoria gigantesca, occasionalmente interrotta da città, foreste e oceani” esordiva la rivista americana Time nel presentare i dati.

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