Country Sustainability Ranking: il punteggio di sostenibilità di 65 Paesi

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Country Sustainability Ranking per capire quali paesi, sposando la sostenibilità, abbiano vinto e quali, ahinoi, perduto. RobecoSAM ha pubblicato l’ultimo Country Sustainability Ranking (CSR), il risultato di un’indagine sulle credenziali ESG di 65 Paesi – 22 dei mercati sviluppati e 43 di quelli emergenti – pubblicata due volte l’anno. Non meraviglia leggere che la Scandinavia ha fornito più Paesi nelle prime posizioni rispetto a qualsiasi altro, mentre i Paesi in fondo alla lista sono, come è facile immaginare, quelli emergenti in difficoltà.

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SOSTENIBILITA’ È TRAINO DELL’ECONOMIA – La logica alla base è che l’analisi di sostenibilità del Paese offra una visione alternativa dei fattori trainanti del cambiamento per un’economia, e fornisca agli investitori informazioni sui punti di forza e di debolezza di un Paese per un’ampia selezione di indicatori ESG. Si concentra sui fattori a medio-lungo termine che hanno un impatto sulla capacità di un governo di mettere in atto politiche economiche ragionevoli e generare entrate sufficienti a garantire la capacità di fare fronte al debito. Di solito, questi fattori sono presi in considerazione nelle tradizionali valutazioni del debito sovrano. Una delle migliori applicazioni del CSR coincide con la ricerca di informazioni che non siano coperte nel rating di credito standard di un Paese. Se un Paese si colloca più in alto nel CSR di quanto suggerirebbe il suo rating, potrebbe rappresentare un’opportunità di acquisto per quanto riguarda le sue obbligazioni sovrane.

I CRITERI – Sono 17 gli indicatori su cui si basa l’analisi. Coprono tematiche che un investitore potrebbe aspettarsi, quali il rischio ambientale, il consumo energetico, le tensioni sociali o il rischio politico, insieme a questioni più delicate come lo sviluppo umano (accesso all’istruzione, ecc.) e la stabilità delle istituzioni. Tutti hanno in qualche modo un impatto sulla capacità di una nazione di sostenere se stessa e la sua popolazione sul lungo termine. Negli ultimi anni vari eventi – dalla crisi del debito sovrano in Europa alla primavera araba e la crisi in Ucraina – hanno chiarito la rilevanza di questo tipo di informazioni per gli investitori. Per esempio, gli indicatori della Banca Mondiale per la governance hanno mostrato che i Paesi periferici dell’Europa meridionale, piuttosto spiacevolmente noti come PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), avevano strutture di governance molto più deboli rispetto ai loro omologhi nordeuropei. Questo ha portato a maggiori sofferenze durante la crisi rispetto alla Germania, e alcuni hanno richiesto il bailout della BCE. L’Irlanda ha iniziato a deteriorarsi prima rispetto ai rating del mercato dei capitali e il punteggio ESG pre-crisi della Spagna (6,19 a marzo 2007) era ben al di sotto di quello della Germania (7,34), anche se all’epoca godeva dello status di tripla AAA.

Figura 2

I 17 INDICATORI – Il Country Sustainability Ranking fornisce un punteggio ESG per i Paesi sulla base di 17 indicatori, che ottengono una ponderazione del 15% per i fattori ambientali, il 25% per i fattori sociali e il 60% per la governance. Le ponderazioni assegnate a ciascun elemento sono mostrate in Figura 2, insieme ai “migliori e i peggiori” di un normale sondaggio. Le fonti includono organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale, le Nazioni Unite o l’Organizzazione internazionale del lavoro, oltre a una varietà di rispettabili agenzie governative, istituzioni private e ONG. La governance ha sempre avuto un peso molto maggiore, dal momento che il modo in cui un Paese è governato e quali sistemi adotta esercitano un’influenza enorme sul successo che avrà nel mondo moderno. Il rischio politico vale da solo il 10%, e non si limita ai mercati emergenti con scarse tradizioni democratiche; l’esempio della Brexit e le ultime esperienze con il populismo hanno dimostrato che persino economie altamente sviluppate possono subire instabilità.

AMBIENTE – Le questioni sociali e ambientali hanno un peso inferiore, poiché in fin dei conti sono controllate dal governo, il che rimanda alla governance. Essenzialmente tutto si riduce a cosa potrebbe influenzare la capacità di una nazione di prendere in prestito nuovi capitali, o di fare fronte al debito esistente. La presenza di uno scarso mix energetico (2,5%) può essere risolta con una maggiore attenzione alle fonti rinnovabili, ma è più probabile che il disagio sociale (5%) e la risposta del governo a quest’ultimo spingano gli investitori verso l’uscita.

Figura 3

LE MUTAZIONI NEL TEMPO – Ma i tempi cambiano: i Paesi spesso salgono e scendono le classifiche e i risultati a volte possono essere sorprendenti. La Grecia si è in larga misura ripresa dal piano di salvataggio originario, mentre ora è la Germania a fare i conti con disordini politici. Il Paese è infatti scivolato in classifica nel novembre 2018 a causa dell’incertezza sulla stabilità del governo dopo che Angela Merkel aveva dichiarato che avrebbe lasciato la cancelleria in seguito alle elezioni, viste le difficoltà incontrate nel processo di costituzione di una coalizione. E il Lussemburgo è sceso in classifica a causa della bomba a orologeria di natura demografica legata al tema del pagamento delle pensioni. Al contrario, l’Indonesia è salita in classifica dopo aver alzato l’età pensionabile da 55 a 65 anni, come pure la Colombia in seguito all’ottenimento di un accordo di pace con il gruppo ribelle FARC. Questo fenomeno è illustrato in Figura 3.

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