FAO: “I cambiamenti climatici ridurranno la pesca nei paesi poveri”

La ricerca anticipa che entro il 2050 i cambiamenti climatici avranno alterato la produttività del -10% di molte attività di pesca marina e di acqua dolce del pianeta.

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FAO, i cambiamenti climatici colpiranno soprattutto la pesca nei paesi più poveri. Sovrasfruttamento, cambiamenti climatici e inquinamento da rifiuti e microplastiche sono le principali sfide che attendo il settore della pesca mondiale fotografato dal nuovo rapporto della FAO “The State of World Fisheries and Aquaculture (Sofia)”, che stima al 2030 una crescita della produzione combinata di pesca di cattura e acquacoltura fino a 201 milioni di tonnellate. Si tratta di un aumento del 18% rispetto all’attuale livello di produzione di 171 milioni di tonnellate. La ricerca anticipa infatti che entro il 2050 i cambiamenti climatici avranno alterato la produttività del -10% di molte attività di pesca marina e di acqua dolce del pianeta, con pesanti conseguenze per i mezzi di sostentamento di milioni di persone tra le più povere al mondo. Secondo il report, i cambiamenti nella distribuzione delle attività di pesca avranno importanti implicazioni operative, manageriali e giurisdizionali; saranno necessarie ricerche per sviluppare strategie che consentano sia alla pesca sia alle specie che sfruttano di adattarsi senza problemi ai cambiamenti climatici.

QUANTO PESCHIAMO OGGI? – Secondo il report Sofia, nel 2016 sono stati catturati 90,9 milioni di tonnellate di pesce in natura, un leggero calo di 2 milioni di tonnellate rispetto all’anno precedente, principalmente a causa delle periodiche fluttuazioni dell’Anchoveta peruviana associate a El Niño. In generale, la quantità di pesce catturato in natura è iniziata ad aumentare a partire dagli anni ’90 ma da allora è rimasta sostanzialmente stabile. Nonostante ciò, da decenni il mondo consuma quantità sempre maggiori di pesce (20,4 kg pro-capite nel 2016 contro poco meno di 10 kg/pc negli anni ’60) grazie in gran parte all’aumento della produzione da acquacoltura, un settore che si è allargato rapidamente durante gli anni ’80 e ’90. Nel 2016, la produzione ittica da allevamento ha raggiunto 80 milioni di tonnellate, secondo il rapporto, fornendo il 53% di tutto il pesce consumato dagli esseri umani. Anche se la crescita dell’acquacoltura è rallentata, tra il 2010 e il 2016 ha registrato una crescita annuale del 5,8%, in calo dal 10% degli anni ’80 e ’90, si prevede continuerà a espandersi nei prossimi decenni, specialmente in Africa. Circa il 59,9% delle principali specie ittiche commerciali monitorate dalla Fao vengono attualmente pescate a livelli biologicamente sostenibili, mentre il 33,1% viene pescato a livelli biologicamente insostenibili, una situazione che Sofia 2018 descrive come “preoccupante”. Solo 40 anni fa, il 90% delle attività di pesca monitorate dalla Fao venivano utilizzate a livelli biologicamente sostenibili e solo il 10% veniva pescato in modo non sostenibile.

NUMERI E PAESI COLPITI DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI – Nello scenario più ottimistico, la produzione di pesca nelle zone economiche marine dei paesi diminuirebbe tra il 2,8% e il 5,3% entro il 2050. Secondo altri calcoli più allarmistici, la diminuzione potrebbe variare entro lo stesso periodo dal 7% al 12,1%. Le maggiori diminuzioni sono attese nelle zone economiche marine dei paesi tropicali, soprattutto nel Pacifico meridionale, mentre nelle regioni di latitudine più elevata il potenziale di cattura probabilmente aumenterà. In Bangladesh, Cambogia, Gambia, Ghana, Indonesia, Sierra Leone, Sri Lanka e alcuni piccoli Stati insulari in via di sviluppo, il pesce fornisce il 50% o più del consumo di proteine delle persone.

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LE CAUSE – Questi impatti sono legati alle variazioni della temperatura dell’acqua e dei livelli di pH, ai cambiamenti nei modelli di circolazione oceanica, all’innalzamento del livello del mare e alle alterazioni delle precipitazioni e delle tempeste che faranno cambiare la distribuzione e la produttività delle specie, sbiancare i coralli e diffondersi di malattie acquatiche tra gli altri effetti.

TUTTO IL MONDO SUBIRA’ DANNI – Gli impatti produttivi sui sistemi idrici interni varieranno da luogo a luogo, ma nessuna regione del mondo ne sarà immune. Nel caso dell’acquacoltura d’acqua dolce, Viet Nam, Bangladesh, Laos e Cina sono considerati i paesi più vulnerabili, mentre per l’acquacoltura marina, sono la Norvegia e il Cile.

INQUINAMENTO DEI MARI – È anche necessaria – avverte il rapporto – una maggiore collaborazione per affrontare i problemi che i detriti degli attrezzi da pesca abbandonati e l’inquinamento da microplastiche stanno causando negli ecosistemi acquatici; la priorità dovrebbe essere data alle misure preventive che riducono i rifiuti marini e le microplastiche e agli sforzi per migliorare i sistemi di riciclaggio verso ‘economie circolari’ e la graduale eliminazione della plastica monouso.

QUANTI SONO I PESCHERECCI NEL MONDO? – Ben 4,6 milioni. La più grande flotta per regione si trova in Asia (3,3 milioni di navi, pari al 75% della flotta globale); il più grande produttore ed esportatore di pesce al mondo è la Cina mentre il più grande mercato al consumo di pesce e prodotti ittici al mondo è l’Unione Europea, seguita dagli Stati Uniti e dal Giappone.

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