Greenpeace lancia l’allarme: Stoccaggio dei rifiuti radioattivi, siamo già in una crisi globale

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Greenpeace lancia un nuovo grido d’allarme e questa volta riguarda lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Si parla talmente tanto di cambiamenti climatici, di specie animali che ogni giorno si estinguono, di plastiche e microplastiche che invadono le acque e contaminano il cibo che mangiamo, da far passare in secondo piano un problema mai risolto. E forse nemmeno mai affrontato con la serietà che merita e con una visione globale. Il punto nodale è questo: dall’inizio dell’era nucleare, circa settant’anni fa, a oggi il mondo ha continuato ad accumulare grandi quantità di pericolosi rifiuti radioattivi. Non solo quelli legati al processo di fissione ma anche tutte le scorie provenienti dalle fasi di estrazione mineraria e di generazione del combustibile. Questa iper-produzione ci ha portato velocemente a un punto di non ritorno: negli storici Paesi a vocazione “atomica”, le strutture di stoccaggio temporaneo dei rifiuti sono oramai colme. A lanciare l’allarme è il report di Greenpeace intitolato La crisi globale delle scorie nucleari, che guarda da vicino alla situazione di Belgio, Francia, Giappone, Svezia, Finlandia, Regno Unito e Stati Uniti. In questi Paesi i depositi, non solo sono prossimi alla saturazione completa, ma devono costantemente tenere alta la guardia contro il rischio di incendio, lo sfiato di gas radioattivi, la contaminazione ambientale, gli attacchi terroristici e costi in progressivo aumento. D’altronde, nonostante la corsa all’uso di energia nucleare stia calando, sono ancora molte le centrali attive e i terribili e devastanti incidenti come Fukushima e Chernobyl sono ancora vivi nella memoria collettiva. E tutti quanti ne paghiamo le conseguenze.

QUANTE SONO LE SCORIE NUCLEARI? – Le 100 pagine del rapporto analizzano tutta la catena del combustile nucleare, dalle miniere di uranio ai reattori, fino al riprocessamento del plutonio. Attualmente, stoccati in strutture temporanee di 14 Paesi vi sono circa 250mila tonnellate di combustibile esaurito altamente radioattivo. La maggior parte di queste scorie rimane nelle “piscine di raffreddamento” delle centrali, quando non esiste nel sito una struttura di contenimento secondario. Al conto bisogna aggiungere anche oltre 2 miliardi di tonnellate di rifiuti di uranio.

STOCCAGGIO DELLE SCORIE NUCLEARI, MARE O TERRA? – “Trenta anni fa, – spiega Greenpeace Belgio, coautore del documento – gli ingegneri avevano assicurato che scaricare le scorie nucleari in mare fosse la migliore opzione possibile. Oggi suggeriscono che il sotterramento in strati geologici profondi sia una buona soluzione definitiva. Tuttavia, l‘opzione dello smaltimento geologico non è ancora operativa e presenta molte imperfezioni e rischi che la rendono inaccettabile, e meno che mai una soluzione”.

ENERGIA NUCLEARE PULITA? È UN’UTOPIA“Quando i cosiddetti ecorealisti parlano di ‘energia nucleare pulita’, nascondono la pericolosa eredità dei milioni di tonnellate di polvere radioattiva provenienti dalle miniere di uranio. E non parlano neppure della forma più rischiosa di rifiuti nucleari: il combustibile esaurito delle centrali. Una persona che si trova a meno di un metro di distanza da combustibile non protetto, scaricato da un reattore nucleare un anno prima, riceve una dose di radiazioni letali in meno di un minuto”, aggiunge Greenpeace. Oggi non esiste in nessun luogo al mondo una soluzione accettabile a lungo termine per la gestione sicura di questi rifiuti radioattivi di alto livello”.

ENERGIA NUCLEARE, NON È PIU’ L’ENERGIA DEL FUTURO – Nel 2017 il più grande costruttore nucleare al mondo è andato in bancarotta: l’americana Westinghouse – controllata dalla Toshiba – ha presentato istanza di fallimento dopo aver rivelato buchi di miliardi di dollari sui suoi progetti negli USA. Quasi contemporaneamente il governo francese è dovuto correre ai ripari per salvare la società nucleare statale Areva, che è andata tecnicamente in bancarotta dopo una perdita cumulativa di sei anni di 12,3 miliardi di dollari. Questi, secondo il World Nuclear Industry Status Report, sono solo due degli allarmi che stanno risuonando nel settore. “L’energia nucleare è stata eclissata dal sole e dal vento. Queste fonti rinnovabili, prive di combustibili, non sono più un sogno o una proiezione: sono una realtà [e] stanno sostituendo il nucleare come la scelta preferita per le nuove centrali elettriche in tutto il mondo”. Secondo il Rapporto, 37 dei 53 reattori in costruzione a metà 2017 risultavano essere in ritardo. Otto di questi progetti sono in corso da almeno un decennio e per tre di questi si parla di oltre 30 anni di lavori. D’altra parte basta pensare al progetto nucleare di Électricité de France (EDF) a Flamanville, finito in un vortice di rinvii (l’ultimo per problemi di saldatura nelle tubazioni) e il cui budget necessario è aumentato di tre volte rispetto la cifra originaria. Sorte simile per la finlandese Olkiluoto 3 o il reattore britannico Hinkley Point C.

La centrale nucleare di Fukushima, Giappone

FUKUSHIMA, A CHE PUNTO SIAMO – Il Giappone deve pianificare con urgenza la gestione dell’acqua radiotattiva accumulata nella sua centrale nucleare di Fukushima. Questo quanto chiede oggi l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), al termine della quarta missione di revisione dei lavori giapponesi di decommissionig. Nella relazione di sintesi, l’AIEA riporta progressi e sfide ancora aperte nel percorso post incidente. In questi sette anni, il Giappone è riuscito a stabilizzare la situazione, riducendo l’ingresso di acque sotterranee negli edifici del reattore, costruendo strutture di stoccaggio per i rifiuti radioattivi solidi e compiendo dei passi avanti nella rimozione del combustibile esaurito che giace nelle Unità 1-3. Ma il problema non è di facile soluzione. Lo spazio nei 900 serbatoi impiegati per lo stoccaggio provvisorio si sta esaurendo e il Governo sta valutando da tempo la possibilità di riversare queste acque nell’oceano Pacifico. Fino a poco tempo fa la proposta, fortemente osteggiata da residenti, ambientalisti e governi dei Paesi limitrofi, aveva trovato la sua forza nelle analisi della Tokyo Electric Power Co (Tepco). L’azienda, che gestisce la centrale nucleare, aveva spiegato che l’unico contaminante significativo presente fosse il trizio a un livello sicuro, grazie al lavoro di trattamento del sofisticato Advanced Liquid Processing System(ALPS), gestito dal braccio nucleare di Hitachi. Salvo poi dover ritrattare lo scorso mese: l’80% dell’acqua immagazzinata nel sito di Fukushima, per stesssa ammissione della TEPCO, contiene ancora sostanze radioattive al di sopra dei livelli legali. (Fonte Rinnovabili.it)

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