Moda: esiste una soluzione per essere sia trendy sia sostenibile? #SustainableMe

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Fast fashion VS moda sostenibile. Inquina più dei grandi trasporti e segue una logica usa e getta: e allora la fast fashion può davvero essere trasformata in un sistema sostenibile? Tra contraddizioni e ostacoli, il mercato ci sta provando. E noi possiamo contribuire guadagnando consapevolezza e ammirare – coi brividi alti un centimetro! – questo nuovo video della BBC, stimola la voglia di cambiare le nostre abitudini. Cosa si nasconde dietro la fast fashion? L’industria dell’abbigliamento e delle scarpe incide sull’8% del delle emissioni globali di gas serra, per un valore pari a 3,990 milioni di tonnellate di CO2, con il cuoio in cima alla lista dei materiali più inquinanti; e secondo la Ellen MacArthur Foundationil settore tessile, con i suoi 1,2 bilioni di tonnellate annuali, supera la somma delle emissioni dovute al trasporto aereo e marittimo. I dati parlano chiaro, e non c’è tempo da perdere; un recente report delle Nazioni Unite avverte che abbiamo solo 12 anni per tenere il riscaldamento globale sotto la soglia di 1.5°C; superato questo limite andremo incontro a irreversibili cambiamenti climatici e conseguenze terribili come scarsità di cibo, irrespirabilità dell’aria, siccità, incendi, innalzamento dei mari e grandi migrazioni. Nonostante l’allarme l’industria segue il suo inarrestabile corso, e un’analisi del Global Carbon Project dimostra che nel 2018 le emissioni di carbonio non sono affatto diminuite, ma anzi aumentate del 2,7%.

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Con Crop-A-Porter i tessuti sono realizzati con bucce di ananas e banana.

FAST FASHION, A CHE PUNTO SIAMO? – La moda “veloce”, ovvero quella che ci spinge a cambiare look in fretta, anno dopo anno, è un settore che nel 2018 ha raggiunto una crescita del 4-5 %, incrementata anche da una nuova e spaventosa voracità del mercato, documentata da dati preoccupanti. Il consumatore medio oggi acquista il 60% in più di capi rispetto a 15 anni fa, conservandoli solo per la metà del tempo. Come ha scritto IoDonna in un recente articolo, impressionano i risultati di alcune analisi condotte in Gran Bretagna, secondo cui una ragazza inglese su tre considera “vecchi” i vestiti dopo averli indossati una o due volte, mentre una su sette ritiene persino un passo falso l’essere immortalata con lo stesso outfit in più di una foto: un meccanismo vorticoso e decisamente poco sostenibile in termini di risorse ambientali, che si regge sull’immediatezza degli acquisti online e sulla convenienza del fast fashion. Infatti “mentre trent’anni fa, negli StatiUniti, più del 70% delle vendite moda avveniva nei centri commerciali, oggi il dato è crollato al 28% soppiantato da canali come Amazon, Walmart, H&M, Target e Zara” spiega Lauren Sherman, amministratore delegato di Rent the Runway.

La campagna sugli abiti riciclati di H&M.

QUANTO INQUINA E QUANTO UCCIDE LA FAST FASHION? – Sei anni fa, il 24 aprile 2013, 1.133 operai morivano in Bangladesh sotto il peso del fast fashion, schiacciati dal crollo del polo produttivo tessile di Rana Plaza. Quest’anno, l’anniversario di quel drammatico evento, è stato ricordato in tutto il mondo con la campagna mediatica di Fashion Revolution e dal 22 al 28 aprile sui social media, si diffonde la domanda #WhoMadeMyClothes «Chi ha fatto i miei vestiti?». La questione di chi e cosa si nasconda dietro alla filiera produttiva non è mai stata così attuale, e se i prezzi dei beni si abbassano sempre di più, è sempre più salato il conto che presentiamo all’ambiente. Anche solo lavando i nostri vestiti, ogni anno rilasciamo nell’oceano mezzo milione di tonnellate di microfibre – l’equivalente di 50 bilioni di bottiglie di plastica-, mentre la tintura dei tessuti è la seconda causa di inquinamento dell’acqua sul pianeta – basta pensare che per realizzare un solo paio di jeans ce ne vogliono circa 7.500 litri.

Stan Smith, capsule collection firmata da Stella McCartney e Adidas.

GENERAZIONE Z E MILLENIALS – Dati alla mano, la Generazione Z e i Millennials, solo negli Stati Uniti, hanno un potere d’acquisto che ammonta a circa 350 bilioni di dollari, e nel 2020 i nati tra il 1995 e il 2012 rappresenteranno il 40% del mercato globale. Se la bulimia dell’acquisto affligge soprattutto i giovani consumatori, è anche vero che le nuove generazioni si dimostrano sempre più sensibili alle tematiche sociali e ambientali, e nove teenager su dieci ritengono che le aziende debbano dimostrarsi responsabili su entrambi i fronti. Una tendenza che, allo stesso tempo, li vede protettori e distruttori delle sorti del pianeta, e che influenza il mercato. Quindi oggi due terzi dei consumatori mondiali sostituirebbero, eviterebbero o boicotterebbero i brand che fondano il loro business su posizioni controverse.

Fashion Revolution, l’ultima campagna.

MODA SOSTENIBILE = ECONOMIA CIRCOLARE – La scelta di abbracciare un’economia circolare è l’unica vera soluzione per contrastare il cambiamento climatico, ma sostenerla significa stravolgere radicalmente l’intero sistema produttivo. Non tutte le fibre e tessuti infatti possono essere riciclati, dunque pensare seriamente al ciclo di vita del proprio prodotto, dall’ecodesign all’incremento delle percentuali di materiale derivato da riuso e rigenerazione, significa scegliere fin dall’inizio le materie prime giuste, e richiede dialogo e cooperazione con strutture di ricerca ed università. La strada da percorrere è lunga, e ad oggi solo l’1% degli abiti vecchi è utilizzato per farne di nuovi. Ma il Copenhagen Fashion Summit e la Circular Fibres Initiative, insieme a core partner come Burberry, Gap Inc., H&M Group, HSBC, NIKE Inc. e Stella McCartney, stano cercando di far transitare la moda da un sistema lineare a uno circolare il più rapidamente possibile. Intanto si moltiplicano le iniziative dei brand per incoraggiare i clienti a riciclare. H&M e anche Marks & Spencer hanno già organizzato dei piani di reso per gli abiti usati, mentre Primark l’ha annunciato per il 2019. Il programma “Renew” di Eileen Fisher prevede la restituzione in negozio di capi non troppo rovinati per rigenerarli o creare nuovi modelli, e Patagonia ha allestito un sistema di “Repair e Resale” interno all’azienda, con cui ricompra i suoi vecchi capi e li rivende a prezzi scontati.

Cashmere ecologico ideato da Mate Cashmere di Prato per una moda sostenibile.

COSA POSSIAMO FARE NOI CONSUMATORI? – Noi singoli consumatori possiamo tornare a dare il giusto valore ai capi. Prima di tutto acquistando meno e in maniera consapevole, rivolgendoci solo ai brand di moda che hanno saputo conquistare la nostra stima. Poi, tornando ai sistemi delle nonne: lavare a freddo, magari a mano, rammendare e riattaccare un bottone qua e là, per allungare il più possibile la vita dei capi, poterli indossare molto più di una volta (ma anche molto più a lungo di una stagione), e avere la possibilità di rivenderli o donarli quando avremo deciso di liberarcene definitivamente. Del resto, il settore del second hand è in crescita, fa parte dell’economia circolare, è redditizio, e ha un impatto che soltanto in Europa nel 2016 ha portato a un risparmio di 16,3 milioni di tonnellate di gas serra: l’equivalente di 1.440 viaggi attorno alla terra. 

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