Moda sostenibile: non è buonismo, è business

Tutti parlano di sustainable fashion, ed ecco le griffe più influenti che si interessano all'ambiente e producono collezioni cruelty-free, senza crudeltà.

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Moda sostenibile, tutti ne parlano ma è un’onda da cavalcare perché è un trend o vi è qualcosa di più concreto dietro? Per molti marchi, soprattutto emergenti, si tratta di una vera e propria filosofia di vita, o meglio, una filosofia produttiva: una mission per contribuire a salvare il pianeta. E per le grandi griffe? Forse la verità sta nel mezzo e una cosa è certa: la sustainable fashion porta business. Lo dice uno studio McKinsey: l’innovazione responsabile è uno dei 10 megatrends del settore moda per i prossimi dieci anni. Non solo: la ricerca svela che “oltre il 65% dei consumatori nei mercati emergenti, Cina e India in primis, e il 32% dei consumatori in Europa e Stati Uniti, fanno ricerca attiva prima dei loro acquisti e sono interessati alla moda sostenibile”. Sempre secondo lo studio, circa il 20% di loro, potrebbe tradurre questo interesse in decisione di acquisto, facendo della sostenibilità uno dei criteri usati per scegliere cosa comprare e quanto sono disposti a pagare. Nonostante questi segnali positivi, i prodotti sostenibili attualmente sul mercato sono soltanto una piccola percentuale dell’offerta globale, e la strada da fare per una moda sostenibile per tutte le parti coinvolte, dal pianeta alle persone e agli animali che assieme a noi lo abitano, è ancora molto lunga.

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Photo credit parkersdrycleaners.com

MODA ETICA E BUSINESS – Una delle paladine è Stella McCartney, pioniera della moda etica che sin dalla fondazione nel 2001 del proprio marchio, ha bandito l’uso di pelle e pelliccia per le collezioni cruelty-free. Poi c’è Vivienne Westwood, con il suo stile eccentrico da sempre milita per la moda sostenibile. Vi sono poi brand più recenti, da Edun, creato da Ali Hewson e Bono Vox nel 2005 per promuovere la moda e l’economia Africana (qui le pre-collezioni Primavera Estate 2018) al marchio scandinavo Filippa K, Honest by, fondato dal belga Bruno Pieters, ex-direttore creativo della linea trendy di Hugo Boss e molti altri talenti di nuova generazione. Anche la fast fashion non ha tardato a seguire il trend, con il lancio di linee sostenibili quali la Mango’s Committed Collection o la Zara’s Join Life e la H&M’s Conscious Collection.

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LO STUDIO E LE CIFRE – Torniamo allo studio McKinsey: pur dimezzando le cifre e considerando che solo il 10% dei consumatori userà in futuro la sostenibilità come criterio d’acquisto di capi e accessori di moda o beauty, stiamo comunque parlando di un gruppo di potenziali acquirenti di circa sette milioni di persone che sono già, o entreranno sul mercato nei prossimi anni. Sette milioni di potenziali clienti che le case di moda potrebbero attrarre introducendo prodotti etici o sostenibili nelle loro collezioni.

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ANCORA MOLTA STRADA DA FARE – Nonostante questi segnali positivi, i prodotti sostenibili attualmente sul mercato sono soltanto una piccola percentuale dell’offerta globale, e la strada da fare per una moda sostenibile per tutte le parti coinvolte, dal pianeta alle persone e agli animali che assieme a noi lo abitano, è ancora molto lunga. Lo sottolinea anche il rapporto 2017 Pulse of the Fashion Industry Report pubblicato da The Global Fashion Agenda, in collaborazione con The Boston Consulting Group: il polso sostenibile della moda, dice il rapporto, è ancora molto debole.

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