Plastic to fuel: è la soluzione giusta? Pare di no

Ottenere carburante pulito dalla plastica non riciclabile: è la strada giusta da percorrere? Intanto nei Paesi Bassi, Bin2Barrel costruisce un impianto.

0 317

Plastic to fuel, ovvero ottenere carburante pulito dalla lavorazione della plastica non riciclabile. È una strada percorribile, che aiuta a liberare l’ambiente dalle plastiche e dalle conseguenti microplastiche, o questa strada è un “suicidio ambientale” annunciato? Come ha specificato in un articolo Plastix.it, la chiusura dei porti cinesi all’importazione di plastiche post consumo, che rappresentavano per molti Paesi una destinazione low cost per i propri scarti, e i crescenti target imposti dalla Commissione Europea sul recupero dei rifiuti nell’UE, stanno imponendo un’accelerazione alla ricerca di soluzioni per le plastiche miste. Necessità che ha visto il ritorno in auge delle tecnologie “plastic to fuel” per lo smaltimento di rifiuti che non possono essere rigenerati per via meccanica, chimica o biochimica, a causa della difficoltà di separare le diverse frazioni polimeriche o per un elevato tasso di inquinamento. C’è chi ha deciso di andare avanti lo stesso, come la startup olandese Bin2Barrel (da poco diventata ‘IGE Solutions Amsterdam BV’) che lo scorso giugno ha avviato nei Paesi Bassi la costruzione di un impianto “plastic to fuel” in grado di trasformare a regime 35mila tonnellate annue di rifiuti di plastiche miste (una volta eliminati PVC e PTFE) in circa 30mila litri di gasolio, evitando l’emissione in atmosfera di 57mila tonnellate annue di CO2. Alla trasformazione di plastiche in gasolio sta lavorando anche il gruppo petrolifero finlandese Neste, uno dei principali produttori di biodiesel da scarti e rifiuti. Ricordiamo però che la Neste prevede di produrre il 5% dell’intera produzione mondiale usando circa 2,5 tonnellate di olio di palma. Queste attività state duramente criticate da Greenpeace, poiché Neste Oil acquista l’olio di palma dalla IOI Group, società responsabile della deforestazione illegale delle foreste pluviali in Malaysia e Indonesia.

PIROLISI – È un processo noto dagli anni Settanta che permette di convertire i materiali organici direttamente in olio combustibile attraverso la decomposizione termochimica in assenza di ossigeno. I detrattori segnalano alcuni aspetti negativi di questi processi, a partire dall’elevato fabbisogno energetico – con conseguenti emissioni ambientali – necessario per pirolizzare i rifiuti a temperature intorno a 400 °C.

Plastic to fuel: sono molte le obiezioni sollevate contro questa soluzione al problema dei rifiuti di plastica.

PLASTIC TO FUEL, C’È CHI DICE NO – I detrattori segnalano però alcuni aspetti negativi di questi processi, a partire dall’elevato fabbisogno energetico – con conseguenti emissioni ambientali – necessario per pirolizzare i rifiuti a temperature intorno a 400 °C. C’è poi l’aspetto ambientale, poiché il combustibile ottenuto dai rifiuti esce dalla circolarità, non potendo più essere riutilizzato o riciclato. Infine, c’è chi sostiene che il costo per produrre energia sia superiore a quello richiesto da altre fonti rinnovabili, compreso il fotovoltaico. C’è poi un aspetto per così dire istituzionale: il carburante ottenuto mediante pirolisi delle plastiche può essere o no conteggiato come riciclato nell’ambito degli obiettivi UE sul recupero dei rifiuti plastici? Bruxelles non ha ancora preso una decisione, mentre ha confermato il computo del riciclo chimico, che trasforma le plastiche di rifiuto nei suoi monomeri di base o in altri intermedi della chimica.

‘IGE Solutions Amsterdam BV’ COSTRUISCE UN IMPIANTO – C’è chi ha deciso di andare avanti lo stesso, come questa startup olandese, che lo scorso giugno ha avviato ad Amsterdam la costruzione di un impianto “plastic to fuel” in grado di trasformare a regime 35mila tonnellate annue di rifiuti di plastiche miste (una volta eliminati PVC e PTFE) in circa 30mila litri di gasolio, evitando l’emissione in atmosfera di 57mila tonnellate annue di CO2. Il prodotto che all’inizio dell’anno prossimo uscirà dall’impianto olandese è un gasolio a bassissimo tenore di zolfo, secondo la norma EN590, sostenibile come il biodiesel in termini di impronta al carbonio. L’impianto sta sorgendo nelle adiacenze del Porto di Amsterdam e c’è una ragione: il combustibile servirà per rifornire le navi e, per questa ragione, nel progetto è coinvolta anche l’authority portuale, che ha contribuito – insieme a fondi pubblici – alla copertura dei costi del progetto, pari a quasi 28 milioni di euro. Secondo l’azienda, la resa del combustibile ottenuto dai rifiuti è dell’80%, tre volte superiore rispetto alla termovalorizzazione diretta dei residui plastici (33%).

Negli ultimi anni Neste ha fatto grossi investimenti nella produzione di biodiesel (Neste Green Diesel), e nel 2012 prevede di produrre il 5% dell’intera produzione mondiale usando circa 2,5 tonnellate di olio di palma.

NESTE TRASFORMA PLASTICHE IN GASOLIO – Alla trasformazione di plastiche in gasolio sta lavorando anche il gruppo petrolifero finlandese Neste, uno dei principali produttori di biodiesel da scarti e rifiuti, che conta di portare il processo su scala industriale nel corso dell’anno prossimo, per arrivare a trattare un milione di tonnellate di plastica post consumo non altrimenti riciclabile entro il 2030. In particolare, Neste sta testando la possibilità di utilizzare plastiche miste liquefatte come materie prima per i propri impianti di raffinazione. Negli ultimi anni Neste ha fatto grossi investimenti nella produzione di biodiesel (Neste Green Diesel), e nel 2012 prevede di produrre il 5% dell’intera produzione mondiale usando circa 2,5 tonnellate di olio di palma. Queste attività sono state oggetto di dure critiche da parte di Greenpeace, poiché Neste Oil acquista l’olio di palma dalla IOI Group, società responsabile della deforestazione illegale delle foreste pluviali in Malaysia e Indonesia.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.