Schiavitù, l’Italia tra i Paesi Ue più a rischio

In agricoltura più di 100mila sfruttate e sfruttati. E non sono solo migranti. Tre quinti degli schiavi moderni sono donne, bambine e bambini.

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Schiavitù, una piaga che non si arresta e che coinvolge soprattutto donne e minori, ma non solo. Al mondo, su mille persone, tre sono schiave. Dai 20 ai 45 milioni di persone a seconda delle drammatiche stime. I tre quinti di sesso femminile, i due quinti maschi. Oltre un quarto sono minori: in tutto il mondo da 6 a 10 milioni di bambine e bambini sono costretti ai lavori forzati, vittime dei traffici sessuali o segregati come sguatteri. L’International Labour Organization stima che i lavori forzati generino proventi illeciti per 150 miliardi di dollari l’anno: è la seconda fonte di profitto della criminalità organizzata, dopo le droghe. Secondo il calcolo più onnicomprensivo, gli schiavi nel mondo oggi sono 45,8 milioni. Esistono lavori forzati, tratta di minori e di donne, schiavitù domestica, prostituzione forzata, schiavitù sessuale, matrimoni forzati, vendita delle mogli, reclutamento di bambini in guerra.

La schiavitù coinvolge soprattutto donne e minori. Ma non solo.

I NUMERI – In cifre assolute, il 58 per cento delle persone schiave al mondo vivono tutte in 5 Paesi: India, Cina, Pakistan, Bangladesh, Uzbekistan. In termini percentuali, pare che il 4,4% della popolazione della Corea del Nord possa considerarsi in schiavitù. Anche in Mauritania si sta male. Ma incredibilmente nessuno dei 167 Paesi considerati dall’indice ne è completamente privo. Ll’Italia, al 141° posto al mondo, dove si troverebbero 129.600 persone in stato di schiavitù. In tutta Europa 1,2 milioni di persone possono considerarsi schiave (Turchia e Macedonia hanno lo 0,6% della popolazione in condizione di schiavitù). I conflitti in Iraq, Afghanistan, Siria, Yemen e Libia esacerbano il problema, con il flusso di migranti e di rifugiati. I continenti più problematici rimangono Asia e Africa. Ci sono sacche di schiavitù in Sudamerica, nei Balcani e nell’Est europeo. Nel subcontinente indiano, comunque, il governo sta mettendo in atto misure speciali per contrastare le diverse forme di schiavitù: ha recentemente rivisto il codice penale e ha rinforzato le unità di polizia contro il traffico di umani.

Photo Credit: Adnkronos

LA SCHIAVITU’ IN ITALIA – L’Italia è uno dei Paesi europei in cui è più alto il rischio schiavitù, insieme a Bulgaria, Cipro, Grecia e Romania. La proiezione, pubblicata nel report Modern Slavery Index 2017 a cura del centro studi britannico Verisk Maplecroft, lancia l’allarme basandosi soprattutto sull’elevato numero di sbarchi di migranti sulle coste italiane. Arrivi che hanno provocato un innalzamento del numero delle “persone vulnerabili” sul territorio, facile preda di mafie e sfruttatori, andando così ad alimentare il lavoro nero e lo sfruttamento. “Rileviamo dati simili da qualche anno – commenta Marco Omizzolo, sociologo ed esperto di caporalato e sfruttamento degli immigrati – e questo ultimo report conferma il trend. Ma attenzione, il problema non sono i migranti, ma un sistema di accoglienza e un mercato del lavoro che sulle sponde settentrionali e orientali del Mediterraneo manifestano grossi limiti. I flussi migratori li mettono solo in evidenza. Il problema è strutturale, non a caso il fenomeno del caporalato non lo troviamo, come si pensa, solo nelle grandi piantagioni del sud, ma anche nelle aziende vinicole d’eccellenza del ricco Piemonte”. I casi più gravi di violazioni in Romania e Italia, dove si rilevano più episodi di lavoro forzato, servitù e traffico di esseri umani. “In un sistema dove domanda e offerta sono così grandi – continua Omizzolo – si inseriscono le mafie. Lo fanno in due modi. In alcuni casi reclutano persone direttamente nel Paese di origine e organizzano il trasferimento, in maniera legale o illegale. Altre volte riescono a entrare nei Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas) meno controllati che, così, diventano luoghi di reclutamento. Le mafie non producono il sistema, dovuto a pecche dell’accoglienza e del mercato del lavoro, ma vi si inseriscono, lo sfruttano. Gli ultimi censimenti parlano di 27 mafie coinvolte in questo business”.

Prostituzione minorile (Photo Credit: http://piattaformainfanzia.org)

SCHIAVITU’ SESSUALE – L’Ilo ha stimato in 12 milioni e 300 mila le persone sottoposte a sfruttamento sessuale per un volume complessivo d’affari sporchi di 32 miliardi di dollari all’anno. Pare che lo scenario economico di crisi diffusa abbia favorito un aumento del business mondiale dello sfruttamento schiavistico in mano a organizzazioni illegali. Come i negrieri dell’antichità, grandi gruppi criminali spesso transnazionali reclutano e catturano le donne con la forza, la minaccia o l’inganno, ma anche con mezzi più subdoli, approfittando della condizione di povertà in cui si trovano loro o le loro famiglie. In Italia la prostituzione ha un giro d’affari di circa 90 milioni di euro al mese e martirizza 100mila giovani donne vittime di tratta, prostituzione coatta e violenza. In Italia si stima che siano tra 75mila e 120mila le vittime della prostituzione. Il 65% è in strada, il 37% è minorenne, tra i 13 e i 17 anni. Provengono da Nigeria (36%), Romania (22%), Albania (10,5%), Bulgaria (9%), Moldavia (7%), le restanti da Ucraina, Cina e altri paesi dell’Est. I clienti sono 9 milioni, con un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese. Un mercato, stima l’Istat, che vale 90 milioni di euro al mese, 1,1 miliardi all’anno, alimentato da circa 9 milioni di clienti che hanno a disposizione tra le 75 mila e le 120 mila ragazze sparse per il Paese. Il 55% di queste giovani, in buona parte minorenni, sono straniere, soprattutto nigeriane, che rappresentano il 36% delle non italiane, e romene, 22%.

Polizia di Stato, arresti nell’ambito del caporalato a Ragusa (photo credit: ragusaoggi.it)

LA SCHIAVITU IN AGRICOLTURA – Solo dalla schiavitù in agricoltura, secondo le stime Ilo, si generano 9 miliardi di dollari di proventi annui per gli sfruttatori. Il settore agricolo, forestale e della pesca impiega globalmente circa 1,3 miliardi di lavoratori, ovvero la metà della forza lavoro del mondo. In questo numero, è stimabile che 3,5 milioni di persone lavorino in condizioni di schiavitù: in molti Paesi infatti il lavoro agricolo è poco regolato e la protezione legale dei lavoratori è molto debole o del tutto assente. Quindi, dietro al cibo che ci arriva in tavola possono esserci le mani fiaccate di lavoratori stagionali che operano in condizioni fuori da ogni regola, da ogni dignità umana. Amnesty International ha appena diramato un rapporto secondo cui dietro le mega produzioni di olio di palma c’è lavoro minorile, perfino se etichettato come “sostenibile”. In Italia, però, il problema dello sfruttamento e riduzione in schiavitù non si limita solo al settore agricolo, ma si manifesta anche nelle costruzioni e nei servizi.

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