Terra, come 300 anni di urbanizzazione e agricoltura l’hanno trasformata

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Terra, irriconoscibile in appena trecento anni. Se potessimo usare la macchina del tempo, vedremmo con grande stupore che, solamente tre secoli fa, gli umani utilizzavano intensamente solo il 5% circa della superficie della Terra. Ora, siamo arrivati a quasi la metà. Stiamo trasformando il pianeta attraverso le nostre emissioni di carbonio. Il ghiaccio marino artico si sta riducendo. Stiamo rimodellando gli ecosistemi del pianeta attraverso mezzi umili ma non meno drammatici: pascoli e aratri.

LA PAROLA ALLA SCIENZA – Come ha scritto in un articolo pubblicato su CityLab il giornalista David Montgomery, lo scienziato ambientale Erle Ellis ha studiato l’impatto dell’umanità sulla Terra, con una recente attenzione alla categorizzazione e alla mappatura. E i risultati della sua squadra mostrano alcuni cambiamenti sorprendenti. Tre secoli fa, gli esseri umani utilizzavano intensamente solo il 5% circa del pianeta. Oggi più della metà della terra della Terra è occupata dall’agricoltura o dagli insediamenti umani. “I cambiamenti climatici stanno diventando rilevanti solo di recente“, ha detto Ellis, professore all’Università del Maryland, Baltimora. “Se continua, sarà l’argomento dominante dell’ecologia nel regno terrestre, ma in questo momento ciò che preoccupa di più è l’uso della terra“.

BIOMA ANTROPOGENICO – La squadra di Ellis ha tracciato sulla mappa mondiale l’utilizzo delle terre emerse, suddividendo il pianeta in griglie e categorizzando ogni cella in base a quante persone vivevano lì nell’arco di trecento anni, e in che modo hanno influenzato il territorio. Le aree più densamente abitate erano e sono città e paesi, seguiti da villaggi agricoli. Altre aree sono state contrassegnate come in gran parte disabitate.

BASTA UNA MAPPA PER SECOLO – Anche con una sola istantanea per secolo, l’animazione rende evidenti alcune tendenze. Grandi aree della Russia e degli Stati Uniti diventano terre coltivate nel corso del IXX secolo, mentre il bestiame occupa una quantità crescente di terre precedentemente semi-selvagge in Africa e in Asia. “L’Asia è praticamente l’area trasformata dominante ed è stata trasformata per prima“, ha detto Ellis. “Anche l’Europa è piuttosto densa di abitanti… Il resto del mondo ha un trend diverso. Molto più lento, meno denso.” Va detto che tutto questo è un misto di stime e approssimazioni ed è una delle ragioni per cui Ellis e il suo team hanno semplificato una mappa per ogni centinaio di anni e hanno diviso il mondo in celle che si estendono per migliaia di chilometri. Ma ciò non significa voler evitare di dare una falsa impressione di precisione.

LA DIFFICOLTA’ DELLE STIME – Non solo è difficile trovare dati della densità abitativa e del consumo del suolo dei secoli scrosi, ma anche la ricerca dei dati più recenti puà dare problemi, in base alle decisioni politiche che i Paesi prendono su come auto-classificare la propria terra. L’Arabia Saudita, per esempio, descrive “quasi ogni parte del loro paese come territorio di pascolo” anche se gran parte di quella terra arida raramente viene usata come pascolo.

BIOMI SEMINATURALI – Porzioni significative del mondo, sia ora sia in passato, sono state quelle che la squadra di Ellis definisce “seminaturali”. Si tratta di aree, spesso foreste, con abitazioni umane basse ma reali. Questo potrebbe riflettere una grande cella della griglia che ha un villaggio agricolo o due, ma soprattutto foreste naturali. Ma spesso, dice Ellis, gli umani hanno assunto un ruolo molto più importante nel modellare una natura apparentemente naturale di quanto la gente pensi.

LE AMERICHE E LA PICCOLA GLACIAZIONE – Le città e le campagne stanno cambiando velocemente. Eppure è sbagliata l’idea che le Americhe, prima della colonizzazione europea, fossero dominate da una natura incontaminata, mai toccata dalle mani dell’uomo. In realtà, i ricercatori moderni ritengono che le tribù indigene avessero attivamente modellato i loro paesaggi attraverso l’agricoltura e la combustione regolare delle foreste americane. Per questo motivo, la devastante diffusione delle epidemie tra le popolazioni indigene dopo il 1492 ha avuto un impatto enorme sul clima, e non solo a livello locale. Alcuni studiosi ritengono che le popolazioni devastate dalla malattia abbiano ridotto significativamente la gestione delle foreste americane, il che significa molta meno anidride carbonica immessa nell’atmosfera dagli incendi e molto più assorbita dalle foreste di recente coltivazione. La combinazione avrebbe potuto giocare un ruolo significativo nella “Piccola era glaciale” che abbassò le temperature globali per diversi secoli tra il 1500 e il 1850 C.E.

DIFFICOLTA’ DI MAPPATURA – Questo tipo di gestione attiva del territorio è stato fatto non solo da popolazioni sedentarie, ma anche da cacciatori-raccoglitori. Questo, secondo Ellis, è una carenza nei dati. “Non esiste una mappatura diretta dell’uso del terreno da parte dei cacciatori-raccoglitori in questi dati. È una mancanza che stiamo cercando di correggere“, ha detto, sottolineando come le prove suggeriscano che anche i non agricoltori abbiano apportato effetti rilevanti sull’ambiente.

IMPATTO AMBIENTALE – I dati a disposizione mostrano anche l’enorme impatto delle città, il modo più drammatico in cui gli esseri umani trasformano il loro ambiente. Nel 1700, una porzione trascurabile della superficie terrestre era coperta da città. Nel corso dei tre secoli che seguirono, questo boom è cresciuto di circa 40 volte. Le città sono ancora solo il 50% percento dell’area emersa del pianeta, ma hanno avuto il più drammatico aumento dell’impatto ambientale. Anche i villaggi agricoli densamente popolati – che spesso hanno concentrazioni simili di persone per chilometro quadrato – sono molto estesi, specialmente nei Paesi in via di sviluppo. Porzioni enormi di India e Cina sono occupate da questo tipo di villaggi. Così anche gli hinterland intorno alle principali città europee prima che i miglioramenti nei trasporti consentissero di far arrivare i prodotti da più lontano. Parigi, per esempio, era circondata da “giardini di mercato” suburbani che, secondo gli storici André Jardin e André-Jean Tudesq, potevano produrre cinque o sei raccolti l’anno e avere un “monopolio virtuale del mercato parigino” per il cibo fino alla seconda metà del IXX secolo.

COME LE CITTA’ GUIDANO IL CONSUMO DEL SUOLOQuesto tipo di agricoltura intensiva per alimentare un esigente mercato urbano fa parte dell’impatto enorme che le città hanno sull’uso della terra anche al di fuori dei loro confini. Quelle migliaia o milioni di abitanti delle città non stanno producendo il proprio cibo, e quindi hanno bisogno di più alimenti prodotti altrove per poter mangiare. Ellis descrive due modi diversi in cui le città colpiscono gli antromi lontani attraverso le loro richieste di cibo, una delle quali devastante per gli ecosistemi naturali, l’altra sorprendentemente benefica. Il primo vede la nuova terra essere messa sotto l’aratro, mentre le società cercano di produrre più cibo per una popolazione in crescita. Questa è spesso un’agricoltura a bassa produttività, che riflette la qualità marginale dei terreni agricoli: se fosse valida per l’agricoltura, sarebbe già stata coltivata. Ma più tardi, man mano che le popolazioni crescono, arriva un processo di “intensificazione” poiché la tecnologia aumenta i rendimenti sui terreni agricoli a bassa produttività. L’espansione agricola ha un impatto enorme sui biomi naturali e dura da millenni. Ma il secondo processo, l’intensificazione, ha il potenziale per ripristinare alcuni dei biomi naturali che gli umani avevano precedentemente abbandonato. “Le città densamente abitate in realtà hanno il potenziale per aiutare le aree a riprendersi, perché le popolazioni nelle città spesso stanno allontanando le persone dalle aree rurali dove stanno coltivando terreni a bassa produttività“, ha detto Ellis. L’aumento della produzione su terra buona significa che i terreni agricoli marginali non sono più necessari.

IL MAGO E IL PROFETA – L’autore Charles Mann ha descritto questo processo che si svolge a New York, nella valle del fiume Hudson, nel suo libro del 2018, “Il mago e il profeta”. Alla fine del XIX secolo, questa regione era dominata da “fattorie indigene e pascoli circondati da muri di pietra”. Ora molte di quelle fattorie sono sparite. Nel 1875, sei contee nella bassa valle dell’Hudson avevano circa 350mila persone e 573mila acri di foreste; oggi quelle stesse contee hanno più di 1 milione di persone, ma tre volte più foreste. “Molti stati del New England hanno tanti alberi quanti ne avevano ai tempi di Paul Revere“, scrive Mann. “Né questa crescita è stata limitata al Nord America: le risorse forestali europee sono aumentate di circa il 40% dal 1970 al 2015, un periodo in cui la sua popolazione è passata da 462 milioni a 743 milioni“.

ALLEVAMENTI INTENSIVI E GUAI – Ma mentre questa intensificazione dell’agricoltura sta consentendo il ritorno della natura in alcune parti dei Paesi sviluppati, la prima fase di espansione continua a giocare in quelli in via di sviluppo. Le mappe di Erle mostrano l’espansione delle colture e del bestiame in aree come l’Africa del Sahel e la foresta pluviale amazzonica del Sud America nel secolo scorso. Il foraggio necessario per alimentare un crescente numero di animali allevati intensivamente, sta togliendo terra sia alle foreste, sia alle coltivazioni di prodotti per sfamare gli umani. “La trasformazione della terra è la grande storia della trasformazione della biosfera“, ha detto Ellis. “Se si vuole capire come abbiamo prodotto l’ecologia che abbiamo ora, è la storia della trasformazione dell’uso del suolo“.

QUALI LE PROSPETTIVE PER LA TERRA? – Ellis si aspetta che l’urbanizzazione continui, almeno raddoppiando la quota della terra del pianeta dedicata alle aree urbane nel prossimo secolo. Allo stesso tempo, si aspetta che i Paesi sviluppati vedano un’intensificazione dell’agricoltura che consenta di restituire alla terra i terreni marginali – un processo già in corso nei paesi di recente sviluppo come la Cina. I Paesi più poveri, d’altra parte, possono continuare a convertire terreni incolti marginali in terreni agricoli. Molto dipende, tuttavia, dai cambiamenti politici, economici e tecnologici che si svilupperanno nei prossimi 80 anni. Per esempio, negli Stati Uniti si è visto di recente “un enorme cambiamento da manzo a pollo” nella domanda dei consumatori. “Questo cambia il tipo di terreno che è richiesto, dalle praterie alla produzione di mais e soia“.

BOLSONARO IN BRASILE – Tra i fattori che potrebbero influenzare il futuro dell’uso del suolo ci sono le decisioni politiche in Brasile, dove il nuovo presidente Jair Bolsonaro vuole aprire più foresta pluviale amazzonica all’agricoltura e alla tecnologia, dove un potenziale passo avanti nella generazione elettrica come la fusione potrebbe abilitare cambiamenti trasformativi come l’agricoltura urbana verticale. Gli sforzi di conservazione, o la loro mancanza, potrebbero anche avere un impatto sulle aree di agricoltura intensiva nei paesi sviluppati.

Il futuro della biosfera dipende in parte dall’economia, in parte dalla politica, ma anche in parte dalla visione“, ha concluso Ellis. “Dipende da quali sono i valori delle persone.” (Fonte: CityLab di David Montgomery)

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